<<  Maggio 2012  >>
 Lu  Ma  Me  Gi  Ve  Sa  Do 
   1  2  3  4  5  6
  7  8  910111213
14151617181920
21222324252627
28293031   
Home
Sabato 3 settembre manifestazione a Torino: il 25 aprile non si tocca

progetto governativo di accorpamento delle festività laiche infrasettimanali alla domenica successiva, l’ANPI Provinciale di Torino ed il Coordinamento delle Associazioni della Resistenza esprimono il proprio totale disaccordo ed indicono una manifestazione regionale per
sabato 3 settembre, alle ore 16.00, in Piazza Carignano.

Intervengono:
On.le Carla Nespolo, vicepresidente nazionale Anpi.
Giorgio Airaudo, segretario Fiom.
Mario Dogliani, docente universitario diritto costituzionale.
Alice Ravinale, Treno della Memoria.
Donata Canta, segretaria regionale CGIL.

Sarà presente Piero Fassino, Sindaco della città di Torino, medaglia d’oro della Resistenza.

Partecipano i rappresentanti delle Istituzioni, delle Organizzazioni sindacali e culturali.

Sarà possibile sottoscrivere una petizione per l’annullamento del progetto

 
L'identita' dell'ANPI
Nella “nuova stagione” dell’ANPI va ribadito che:L’ANPI non è un partito. Si aderisce all’ANPI non per una scelta di schieramento partitico bensì per la sua storia, per la memoria, per i valori ed i principi dell’ Antifascismo e della Resistenza che l’Associazione rappresenta e difende battendosi per il rispetto e l’attuazione della Costituzione, oltre che per i contenuti delle sue politiche e per la condivisione del suo Statuto. L’autonomia dell’ANPI, innanzitutto da ogni partito, è condizione irrinunciabile dell’unità per un’Associazione culturalmente e politicamente pluralista quale è l’ANPI ancor più oggi, affinché possa esercitare con efficacia, credibilità, vasta partecipazione e consenso la sua funzione di “coscienza critica” della democrazia e della società;
l’ANPI ripudia la violenza e la contrasta poiché estranea al contesto democratico conquistatodall’Antifascismo e dalla Resistenza e quale arma dei nemici della democrazia e della libertà. Il disagio socialee l’impotenza politica non giustificano il ricorso alla violenza! La protesta politica e sociale va espressa attraversol’esercizio dei diritti e nelle forme previste dalla Costituzione. È questa una battaglia urgente e necessaria comedimostra purtroppo anche ciò che si è verificato il 25 Aprile dello scorso anno a Roma, a Milano, a Catania ove sonostate poste in atto intollerabili provocazioni e violenze al cospetto, di sovente, della passività delle autorità di poliziaoltre che, non di rado, per ingenuità o erronea tolleranza di esigui e minoritari esponenti dell’Antifascismo e dellastessa nostra Associazione;
l’ANPI rispetta, valorizza e collabora con le istituzioni della Repubblica quali conquiste della Resistenzaanche quando, a seguito di elezioni, sono governate da esponenti della destra. Si batte affinché chi governatransitoriamente – Comuni, Province, Regioni e lo Stato – operi in ottemperanza ai valori, ai principi e alle normesancite dalla Costituzione e dall’ordinamento dello Stato. Quando ciò non avviene, lo si contrasta con le armi dellademocrazia distinguendo sempre le istituzioni da rispettare e difendere e con le quali collaborare, dalle politiche edalle ideologie di chi le governa alle quali opporsi quando necessario. Si ritiene quanto sopra essenziale percontrastare e vincere orientamenti sbagliati presenti - sia pure in modo minoritario - anche nell’ANPI.Ritenere l’Antifascismo, la Resistenza e la Costituzione patrimonio solo della sinistra è valutazione dacontrastare con il necessario confronto culturale, storico e politico. Così come va ribadito che l’ANPI è “la casa” ditutti gli antifascisti.
Battaglie nazionali dell’ANPI►Riforma della legge elettoraleNecessaria e urgente è una riforma della legge elettorale coerente con il dettato costituzionale e in materia di dirittipolitici dei cittadini affinché gli elettori, fin dal prossimo Parlamento, possano scegliere con libertà i proprirappresentanti da eleggere alla Camera dei Deputati ed al Senato della Repubblica.
►Per la giustiziaCi battiamo per una giustizia fondata sul principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e per unamagistratura autonoma e indipendente sostenuta adeguatamente dallo Stato, decisiva per assicurare il diritto allagiustizia e alla sicurezza dei cittadini e per rendere sempre più adeguata e vincente la battaglia alla mafia ed ai potericriminali. Basta con le leggi ad personam!
►No al razzismo e alla xenofobiaOgni anno milioni di uomini e donne, in un mondo in cui si muore di fame, lasciano i loro Paesi in cerca di una vitamigliore laddove, per diverse ragioni, c’è bisogno di forza lavoro. Anche in Italia l’immigrazione è una grandequestione nazionale da affrontare con adeguate politiche strutturali e di accoglienza e integrazione e non invece,come avviene ad opera delle destre e della Lega nord al governo, con visioni di mero ordine pubblico che alimentanoesasperazioni e paure, e strumentalizzano per fini elettoralistici gli stessi bisogni di sicurezza dei cittadini.Si negano così i diritti degli immigrati, quelli stessi garantiti dalla Costituzione. Risoluta è l’opposizione dell’ANPI alrazzismo e alla xenofobia come dimostrato nella grande manifestazione nazionale che l’Associazione ha promosso erealizzato, su questi temi, a Mirano (VE) il 12 dicembre 2009.In questa battaglia politica e culturale, l’ANPI e l’antifascismo devono essere in campo quali essenziali punti diriferimento e per far pesare: la storia d’Italia quale Paese di grande emigrazione; la dura lezione delle famigerate leggirazziali del fascismo e, non di meno, la luminosa lezione che deriva dalla significativa partecipazione di tantiantifascisti stranieri alla Resistenza italiana e il contributo di tanti militari delle truppe alleate alla liberazione del Paese.
►L’Unità Nazionale non si toccaL’unità dell’Italia riconquistata dalla Resistenza è un bene irrinunciabile per il presente ed il futuro del Paese.L’ANPI è contro il secessionismo leghista ammantato di federalismo e contro politiche governative ad esso corrivema, al tempo stesso, esasperatamente centraliste e taglieggiatrici dei poteri locali e regionali e delle loro risorsefinanziarie necessarie per le politiche sociali.Contemporaneamente ribadisce la necessità imprescindibile del rispetto e dell’attuazione del dettato costituzionale in materia di autonomie locali e si batte affinché, in coerenza, si attui il federalismo fiscale e, con la riforma delParlamento, si riduca il numero dei parlamentari e si preveda l’istituzione di una Camera in cui siano rappresentati ipoteri locali.
►Liberiamo l’Italia dalla “questione morale”. Sia regolato il conflitto d’interessiForte è la preoccupazione per il persistere e l’acuirsi di una questione morale che investe responsabilità di governonazionali e locali, i partiti e la politica, oltre che alte responsabilità della stessa Pubblica Amministrazione come mainel passato era accaduto.Debellare la corruzione, renderla estranea al Parlamento, ai governi nazionali e locali, alle istituzioni, alla pubblicaamministrazione, ai partiti ed alla politica, è una urgente necessità, per un’Italia pulita e più giusta nell’economia enella vita civile.Liberare l’Italia dalla questione morale, contrastare con efficacia l’evasione fiscale e l’illegalità diffusa, regolare ilconflitto d’interessi con norme di legge rigorose, è condizione necessaria anche per una rigenerazione e per ilrinnovamento dei partiti e della politica.Dall’esito di questa battaglia dipende il futuro della democrazia e la stessa possibilità di contrastare e vincere ipericolosi orientamenti populisti, di antipolitica, di ostilità e diffidenza verso i partiti e le istituzioni e i poteri pubblicidemocratici, presenti in settori dell’opinione pubblica dai quali emerge lo smarrimento della nozione stessa di “benecomune” oltre che la necessità di salvaguardare e rafforzare la convivenza civile e la coesione sociale che laCostituzione invece tutela come beni irrinunciabili.
►ScuolaLa scuola, in tutti i suoi gradi, da quella per l’infanzia all’Università, è ormai ridotta ad una sorta di “fabbrica” delprecariato. Penalizzati sono nel contempo insegnanti e studenti. Da un’istruzione di qualità deriva il futuro economicoe civile del Paese. L’ANPI ribadisce la necessità di un insegnamento più strutturato e rigoroso della storiadell’Antifascismo e della Resistenza, fondativi della Carta Costituzionale. Il consolidamento della democrazia passaanche dalla formazione di cittadini consapevoli della propria storia, in particolare quindi di quella che ha prodotto lademocrazia, con dispendio di sacrifici e sangue, e con un investimento adeguato di idee, progetti e responsabilità.
►Giovani e lavoro. Sicurezza sul lavoroÈ agli occhi di tutti lo svilimento in atto nel lavoro, come diritto di ogni cittadino, sempre più carente e privato di tutele, oltre che di centralità e dignità. I più colpiti sono i giovani, condannati al precariato e alla disoccupazione. Uno su tre è senza lavoro. Per non parlare del fenomeno troppo diffuso degli incidenti e dei morti sul lavoro che denunciano una grave inapplicazione delle regole. Il lavoro diviene in questi casi una rischiosa avventura nel buio. Tutto ciò è in palese e profondo contrasto con la Costituzione che tanta importanza ha conferito al lavoro da renderlo fondamento della Repubblica.
►Informazione libera e indipendenteUn’informazione che racconti realmente e liberamente il Paese, senza legacci, ostacoli, minacce, è oggi quasi deltutto assente. Assistiamo ad una occupazione a tutto campo dei mezzi di informazione da parte di un potere, anche di governo, che ha urgenza di coprire verità e inadempienze al fine di perpetuarsi. L’ANPI conferma il suo impegno asostenere le battaglie a favore di una informazione libera e indipendente, presupposto cardine per una sana e robusta democrazia.La nostra sfida di unitàDi fiducia e speranza l’Italia è priva e ne ha invece bisogno! L’unità antifascista è stata protagonista vittoriosa dellaResistenza e per la conquista della Costituzione, della Repubblica e della democrazia. Può e deve essere ancora oggiper tutti i democratici, per le nuove generazioni, un esemplare stimolo per dare coraggio, fiducia a scendere in campocon una rinnovata e ampia unità al fine di salvaguardare e attuare la Costituzione.Per questo fondamentale obbiettivo, è l’ora di una GRANDE ALLEANZA tra l’ANPI, l’associazionismoantifascista, le confederazioni sindacali e il vasto campo dell’associazionismo democratico italiano.
UNITI PER LA RINASCITA DEMOCRATICA DEL PAESE
 
Quando di etica non si parlava. Ma si praticava
Si discute di  etica, di moralità, ed anche del rapporto tra queste due parole e la politica. Se ne parla ovunque, persino nelle chiacchiere tra amici  (segno  che il tema è diventato “il problema” del Paese) soprattutto dopo che è venuta clamorosamente allo scoperto l’impresentabilità morale della figura del Presidente del Consiglio. La qualità del rapporto  tra comportamento personale e ruolo istituzionale  sta diventando elemento tanto  pesante da ricacciare in secondo piano il giudizio sul fallimento  delle politiche praticate dal suo governo.
Da qualche tempo alcuni intellettuali hanno cominciato a porsi delle domande sui motivi che hanno  visto  questo Paese precipitare da  momenti alti - che hanno visto un popolo  sostanzialmente unito pur nelle differenti  convinzioni politiche, impegnarsi  generosamente e disinteressatamente nella ricostruzione materiale  dopo la fine di una guerra rovinosa, oltre che nel recupero della stima del mondo -  all’attuale avvilente situazione.
Leggo tentativi di ricerca delle cause, anche lontane, di questo scivolamento al quale nessuna forza è stata in grado di opporsi  ed anzi ha incontrato  benevolenza, entusiastici  consensi, tutt’al più deboli critiche come se il fascino delle presunte nuove istanze di modernità fossero riuscite ad incantare anche chi avrebbe dovuto possedere strumenti sufficienti per valutarle criticamente – qualche critica, più forte, è rimasta isolata.
Per cercare di capire, si è risaliti al carattere e alla storia degli italiani, alle cause profonde.
Penso che le persone della mia età, che hanno vissuto la guerra, la Resistenza, il periodo successivo segnato dagli sforzi  immani compiuti per rimettere in piedi il Paese, non possono evitare di iscrivere  almeno due motivi nell’elenco delle cause dell’attuale degrado,
Negli italiani c’è stata (forse sta riemergendo?) una forte capacità di indignarsi. Alla mia generazione è stata  rivelata dalla catastrofe  dell’ 8 settembre. Dalla reazione dei ragazzi che nelle caserme, abbandonati  senza ordini dai comandi militari, primo fra tutti il capo supremo delle forze armate sua maestà il re Vittorio Emanuele III, spaventati ma soprattutto disgustati dal comportamento di chi avrebbe avuto il dovere di guidarli, hanno  deciso di non consegnarsi ai tedeschi  e di salire in montagna con le loro poche armi, senza  avere ancora idee chiare su cosa avrebbero potuto fare e come, ma con un’idea precisa in testa: bisognava opporsi, reagire. La loro è stata una scelta morale.
 E’ stata una scelta morale quella fatta da chi ha lasciato la casa di città, quel minimo di sicurezza che offriva pur sotto i bombardamenti e la cupa occupazione nazista, ed ha preso la strada della montagna. Capire dove stava il bene e il giusto è stato semplice per chi non aveva perduto o aveva ritrovato, davanti alla gravità degli avvenimenti, la capacità di  indignarsi, di superare le domande sul prezzo che avrebbe dovuto personalmente pagare per quella decisione. Magari, al momento della scelta, non erano chiarissimi il sentimento dell’obbligo di assumersi  responsabilità verso il Paese, né  l’ ansia di riscattare una dignità e un rispetto perduti di fronte al mondo. Ancor meno chiara era la percezione che  ognuno stava  decidendo di schierarsi su un fronte della politica, ma di questo si trattava stante che la Resistenza avrebbe modificato l’esito della guerra, il giudizio sul nostro Paese e la posizione che l’Italia avrebbe avuto nel mondo.
 Dunque in quel momento ciascuno si è trovato di fronte a una decisione  strettamente personale, dalla quale dipendeva la sua vita, ed era allo stesso tempo morale e politica. Qualcuno si è nascosto, qualcun altro ha preferito consegnarsi ai tedeschi sperando di salvarsi la vita, chi possedeva abbastanza stima di sé e senso morale ha scelto la Resistenza.
Perché quella prima scelta potesse confermarsi e consolidarsi, è stata necessaria la presenza di  uomini dotati di esperienza militare o politica, o tutt’e due,  che si costituisse in qualche modo come classe dirigente, nel senso di sapere organizzare, governare, indirizzare, motivare le ragioni stesse di quel movimento in gran parte spontaneo.
Il Paese uscito da quei venti mesi, insieme alla gioia per la pace ritrovata e l’urgenza di partecipare alla costruzione  di un mondo  più giusto,  portava in sé l’eredità di quelle norme di comportamento. La nuova classe dirigente era composta da uomini che certamente avevano idee politiche anche assai distanti tra loro, ma tutti erano egualmente convinti di alcuni principi e comportamenti; troppo noti per essere ricordati. E a parte i principi di fondo, che si possono riassumere nella fedeltà alla Costituzione, mi sembra giusto sottolineare il profondo disinteresse personale, l’ambizione di fare l’interesse del Paese sopra ogni altra cosa, l’ignoranza del privilegio. E molte altre cose di questo genere. Li incontravi per strada, qualcuno anche in autobus, vestiti decorosamente, quasi poveramente. Tutto il loro tempo e i loro pensieri erano chiaramente, interamente assorbiti dai terribili problemi lasciati dalla guerra. Sicuramente nessuno di loro ha mai trascorso una  serata in una balera, che erano le popolari discoteche di allora.
Tempi lontani? Questione dei tremendi  impegni che la ricostruzione poneva? Certo anche questo. Aggiungerei  magari anche l’abitudine alle privazioni e alla sobrietà imposti dalla clandestinità dalla quale i più pervenivano. Ma alla base di tutto c’era l’idea della politica come servizio. Questo era il punto: che ha improntato di sé  almeno  due generazioni. La perdita di questo spirito che accomunava classe dirigente e popolo è il problema di oggi.
Sono stata una di quei funzionari del partito comunista dei quali si è detto tutto il male possibile. Una di quelli chiamati spregiativamente “professionisti della politica”. Oggi c’è forse una parte di verità in questa definizione, spesso ci si iscrive a una carriera più che a un partito e questo fa parte del degrado. Ma, riguardo agli anni in cui si imparava la politica, posso testimoniare che  la spinta a impegnarsi  totalmente era tutt’altra cosa. I funzionari  erano operai che potevano permettersi  di fare quella scelta perché c’era una moglie che lavorava e garantiva il mantenimento della famiglia. Erano ragazzi, studenti che potevano contare  sui  genitori. Lo stipendio del partito, equiparato  al salario di un  operaio di non ricordo quale categoria, spesso non pagato, era irrisorio.
La coscienza di essere al servizio  della  politica e di dovere costantemente dimostrarlo a chi ti seguiva era talmente forte da rasentare l’eccesso. Fu certamente eccessivamente austero il comportamento di mio padre che, nominato alla Liberazione direttore nella fabbrica dove aveva lavorato come operaio collaudatore, licenziato per ordine della Fiat che considerava finito il tempo dei direttori politici , distribuì la liquidazione, lauta per quei tempi, tra Camera del Lavoro, partito, ANPI , associazioni varie, trattenendo neppure una lira per sé. Oggi dico “eccessivo”, allora  una tale decisione veniva considerata del tutto normale. Che io ricordi, non si facevano dibattiti sull’etica, l’etica semplicemente si praticava.
Quando, come e perché tra un  simile spirito di servizio e l’oggi  si spalancò un  tale baratro? Cos’è accaduto  perché il senso della politica venisse rovesciato e  trasformato  in qualcosa del quale servirsi per raggiungere privilegi, posti, carriere?
Certo lo scivolamento non fu  improvviso, ma fu tutto sommato abbastanza veloce. Ho nella memoria  due  momenti  e una parola, dai quali faccio discendere la consapevolezza che qualcosa di profondo stava cambiando e il mondo che stava  arrivando non era più il mio. A quel mondo ero estranea. La parola è “moralismo”. Erano i primi anni Ottanta e, nel luogo in cui lavoravo, una persona della quale avevo grandissima stima a una mia osservazione rispose  “questo è  moralismo!” La parola diventò in breve il leitmotiv che mi sentii rinfacciare ogni qualvolta esprimevo  indignazione per questo o quel comportamento. Stavano arrivando gli anni della Milano da bere e la parola d’ordine era “arricchitevi”, il come non era questione di cui occuparsi.
Erano anni confusi, dove si mescolavano molte idee anche contraddittorie ma forse non tanto. Il figlio della persona che rivelò il mio moralismo, apparteneva ai gruppi che praticavano la “spesa proletaria”.  Mi venne data una spiegazione: noi eravamo la generazione dei doveri, loro quella dei diritti.
Direi che, fatte salve tutte le opinioni  sul carattere degli italiani, sulla storia di questo Paese, sulla nascita traumatica dell’Italia unita (alla quale, mi permetto di osservare, poté  tuttavia seguire  un periodo  come quello  della Resistenza e della ricostruzione,  quando la generosità e il sentimento del bene comune ebbero nuovamente la meglio) un decennio come quello che ho ricordato  non è da sottovalutare. Secondo me  lo slittamento cominciò o ebbe comunque un’accelerazione in  quegli anni. Purtroppo l’accelerazione si è sviluppata anche in ampiezza avvelenando una parte grande  di questo Paese. Tanto grande  e tanto profondamente  che la domanda adesso è: quante generazioni saranno necessarie perché cominci  a rifiorire una civiltà dei sentimenti  e dei comportamenti che riporti l’Italia alla grande cultura di cui è stata pure portatrice?   
                                                              
Marisa Ombra                                     
Vice Presidente Nazionale dell’ANPI
 
Il Governo discrimina l'ANPI

Il contributo che il Governo annualmente attribuisce per legge alle 16 Associazioni combattentistiche e partigiane vede quest’anno una drastica riduzione rispetto al passato. L’ANPI è stata pesantemente penalizzata: ammonta infatti a 73.500 euro ciò che è stato destinato all’ANPI rispetto ai 165.000 euro del 2009.
A denunciarlo è L’Associazione nazionale partigiani che ha diffuso una dura presa di posizione.
“Per giustificare questa odiosa discriminazione – si spiega -  il governo delle destre e della Lega Nord ha manomesso il numero degli iscritti all’ANPI del 2009 attribuendocene 44.000 anziché i 105.000 reali. Con quasi la metà di tutti gli iscritti alle 16 associazioni, all’ANPI è stato assegnato solo il 10% del totale dei finanziamenti!” 
“Cos’altro è questo – si sottolinea - se non un tentativo del Governo di ridurre al silenzio la nostra Associazione? Di mettere a tacere l’antifascismo organizzato, la memoria della Resistenza, l’impegno dell’ANPI nella difesa e promozione della Costituzione?”
“L’Anpi – conclude la nota della segreteria nazionale dell’Associazione - reagirà sollecitando una protesta pubblica e unitaria dell’antifascismo e dei democratici in tutte le sedi: Parlamento, enti locali, stampa, Tv e con una grande sottoscrizione nazionale. L’ANPI non morirà, neanche questa volta”.

 
 
Italiani a meta'. Un popolo diviso
Fieri di appartenere alla comunità nazionale anche se spesso pronti a considerare il Sud un peso. L'Italia si presenta ai 150 anni dell'Unità con molte contraddizioni ma con un'identità. Costruita soprattutto intorno all'attaccamento ai familiari e all'arte di arrangiarsi. Ecco perché, nonostante le tensioni, continuiamo a sentirci cittadini dellostesso Paese. E perché rischiamo di scoppiareCI si avvia al 150esimo anniversario dell'unità nazionale fra molte divisioni. Tanto che alcuni fra i più autorevoli componenti del Comitato dei Garanti per le celebrazioni si sono dimessi. Per primo: Carlo Azeglio Ciampi, il Presidente della Repubblica che, nel corso del suo mandato, ha investito sulla riaffermazione delle feste e dei simboli nazionali. Un atteggiamento che non pare condiviso dalla maggioranza di governo. Nella Lega, soprattutto. I cui leader, a partire da Bossi, fanno a gara nel sottolineare che c'è poco da celebrare. Che, per i padani veri, l'unità d'Italia  anzi: l'Italia stessa  non merita di essere celebrata. Così, ci si avvia a questo 150enario in modo dimesso e reticente. Un po' come l'atteggiamento degli italiani verso l'Italia, descritto da un sondaggio di Demos per Repubblica. Difficile da interpretare in un solo modo. Tratteggia un popolo di "italiani a metà". Visto che, fra le diverse appartenenze territoriali, il 28% sceglie, anzitutto, l'Italia (comunque, in crescita di 5 punti rispetto al 2006). Il resto: cosmopoliti (27%) e localisti (45%). Dunque, veneti, siciliani, lombardi, napoletani, nordisti "e" - non "o" - italiani. Visto che quasi tutti (l'88%) si dicono (molto o abbastanza) "orgogliosi" della propria appartenenza nazionale. E quasi tutti (l'84%) considerano "positiva" (il 24% "molto") l'Unità d'Italia.

Italiani a metà. Perché, tuttavia, il 30% di essi considera il Sud un peso. Il 41% nel Nordest, ma il 24% anche nel Mezzogiorno. Cittadini di un paese diviso. Non solo dal punto di vista territoriale, ma - lo sappiamo bene - anche politico. E civile. Perché lontani dalle istituzioni e dallo Stato. L'orgoglio nazionale, infatti, appare incardinato su elementi extra-civili e pre-politici. La bellezza del paesaggio, il patrimonio artistico e culturale, la moda e la cucina. Mentre gli elementi che specificano gli italiani rispetto agli altri popoli, secondo gli italiani stessi, evocano il "carattere nazionale": l'attaccamento alla famiglia e l'arte di arrangiarsi, sopra tutti gli altri. (Come abbiamo messo in luce anche su liMes, in altri scritti). Seguiti dalla "creatività" - nell'arte e nell'economia. Perché l'arte di arrangiarsi è, in fondo, un'arte. Evoca la capacità di innovare e di inventare. Gli italiani. Familisti, imprenditori, localisti, artigiani e artisti. In fondo alla graduatoria dei caratteri che li distinguono dagli altri popoli, non a caso, pongono la fiducia nello Stato e il senso civico. Mentre, fra gli avvenimenti che hanno modernizzato la Repubblica, al primo posto, indicano la "ricostruzione economica degli anni 50 e 60". La stagione nel corso della quale il nostro paese conquistò, faticosamente, lo sviluppo e il benessere. Quando gli ultimi dell'Occidente risalirono fino ai primi posti. E si guadagnarono un po' di rispetto dagli altri. Non più soltanto mafiosi, poveracci ed emigranti. Ma lavoratori e imprenditori.

"Italiani a metà", però, non significa solo "divisi", ma anche ambivalenti e contraddittori. Perché, dopo la "ricostruzione", tra i fattori di modernizzazione della Repubblica, collocano lo "statuto dei lavoratori" e il "referendum sul divorzio". Avvenimenti che segnarono una stagione di mutamento sociale e civile profondo. E, tra i motivi che alimentano l'orgoglio nazionale, il 50% indica la Resistenza e il Risorgimento, il 43% la Costituzione (un orientamento in crescita di 7 punti percentuali rispetto al 2008). Quasi come lo sport e la Nazionale (ma, in questo caso, pensiamo che si tratti di una risposta reticente. Mentre quasi due italiani su tre ammettono la loro soddisfazione (non andiamo oltre...) di fronte al Tricolore e all'inno nazionale.
Leggi tutto...
 
L'Italia celebra il 25 Aprile
ROMA - La giornata che ricorda il 65° anniversario dalla Liberazione dal nazifascismo è stata celebrata in tutta Italia, nel rispetto di una tradizione che, tuttavia, anche quest'anno ha assunto toni e modalità che - in un modo e nell'altro - hanno ricordato come sia ancora un giorno capace di eccitare il clima politico. Il Capo dello Stato, Giorgio Napoletano ha dato il via alle celebrazioni, all'Altare della Patria: "Che tutto avvenga in un clima sereno", ha detto. Assieme a lui c'erano le massime cariche dello Stato, alla presidente della Regione Lazio, Polverini, al presidente della Provincia di Roma, Zingaretti e al sindaco Alemanno. 

Il messaggio di Berlusconi.
Anche il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi ha celebrato l'anniversario della Liberazione, ma lo ha fatto in una sorta di forma "presidenziale" con un messaggio agli italiani attraverso la tv. Il premier ha detto: "I  nostri padri seppero accantonare le differenze politiche più profonde e sancirono nella Costituzione repubblicana il miglior compromesso possibile per tutti. Dopo 65 anni la nostra missione scrivere una nuova pagina della storia è andare oltre quel compromesso e costruire l'Italia del futuro sempre nel rispetto assoluto dei principi di democrazia e di libertà".
"Il nostro obbiettivo  -  ha aggiunto - è quello di rinnovare la seconda parte della Costituzione del 1948 che è già stata in parte modificata, per definire l'architettura di uno Stato moderno, più vicino al popolo sulla base del federalismo,  più efficiente nelle istituzioni e nelle azioni di governo, più equo nell'amministrazione di una giustizia veramente giusta. Vogliamo farlo insieme a tutte quelle forze politiche che - ha concluso - come fecero i nostri padri costituenti, non rifiutano a priori il dialogo e hanno a cuore la libertà".

Contestata la Polverini.
Quando Renata Polverini ha raggiunto Porta S. Paolo a Roma assieme a Nicola Zingaretti per un altro storico appuntamento nel ricordo del 25 aprile, c'è stata la contestazione di un gruppo di persone che hanno apostrofato la presidente della Regione gridando "Fascista, vergogna" e lanciando frutta. E' intervenuto Zingaretti, nel tentativo di difenderla, ma è stato colpito anche lui da un limone.
La Polverini ha subito ringraziato il presidente della Provincia e il sindaco Alemanno ha detto che " Va preso come esempio l'atteggiamento di Nicola Zingaretti che con grande coraggio civile ha difeso Renata Polverini e ha reagito contro i violenti". Mentre Zingaretti ha affermato che "Nessuno in questo Paese deve poter anche solo teorizzare che non possa prendere la parola chi professa idee diverse dalle proprie. La differenza con il fascismo è proprio questa. Era una bella piazza  -  ha aggiunto  -  rovinata da un gruppo di mascalzoni".

La Moratti: "Vado al corteo dell'Anpi".
A Milano, il sindaco Letizia Moratti ha confermato la sua presenza al corteo organizzato dall'Anpi (Associazione dei partigiani italiani). "ci vado - ha detto - anche se so di rischiare contestazioni.

I manifesti del duce.
Nel corso della scorsa notte, intanto, la Digos romana aveva sequestrato 4.000 manifesti, in viale XXI Aprile, con sopra la foto del Duce e la frase "25 aprile: un'idea è al tramonto, quando non trova più nessuno capace di difenderla", accompagnata dalla firma del duce. Successivamente è stato perquisito un magazzino, sulla stessa via, utilizzato dal militante di Forza Nuova, dove sono stati sequestrati altri analoghi 2.000 manifesti.

Benzina al centro sociale di destra. Sempre stamattina, di fronte a Casaggì, il Centro Sociale di Destra in via Maruffi a Firenze, alcuni militanti hanno trovato diversi litri di benzina, con i quali era stata già imbevuta parte dell'ingresso, le scalette antistanti l'edificio e gli stipiti del portone d'accesso. La sede ospita anche la Giovane Italia, movimento giovanile del PdL e gli uffici dei consiglieri comunali e circoscrizionali che la struttura ha eletto nelle liste del PdL. "Poteva essere una strage, - racconta Francesco Torselli, consigliere comunale del PdL e dirigente nazionale della Giovane Italia - anche alla luce del fatto che all'interno c'erano alcuni ragazzi che erano rimasti a dormire. "E' il risultato dell'esasperazione del clima d'odio montato da una certa sinistra in occasione di ogni 25 Aprile", ha detto Torselli.
 
www.repubblica.it